Indolenza generazionale

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La generazione dei trentenni –o giù di li- è oggi in fermento perché si prepara al proprio turno, alla fase in cui da essa uscirà la nuova classe dirigente di questo paese.

L’occasione è storica, sarà infatti la prima classe dirigente concepita al di fuori del periodo di turbolenza degli anni ’70, persone che hanno evitato le asprissime contrapposizioni ideologiche, gli scontri di piazza, le molotov e i colpi di arma da fuoco. Una prova ne è l’interesse attorno alla riconsiderazione degli eventi dal ’48 in avanti, la voglia di troncare con il passato e superare finalmente gli oscurantismi, gli aiuti che la CIA ha dato alla causa repubblicana, i fascismi ed i comunismi.

Passare l’infanzia e l’adolescenza nel periodo che va dai primi anni ottanta a tangentopoli ha prodotto degli adulti diversi, completamente diversi da prima, uno strappo generazionale consistente ha reciso di colpo i ponti con certe idee della politica, della società, della cultura e dell’impresa.

L’indolenza tipica del benessere si è lentamente tramutata in coscienza dell’inutilità dello scontro, in disinteresse per il profitto fine a sé stesso, in amore per il comodo e per il bello, in annullamento di qualunque velleità di conquista. Il concetto stesso di Impero è assolutamente estraneo alla moderna sensibilità, troppo faticoso, troppo impegnativo, troppo collettivo e troppo poco individuale. In un’epoca in cui l’imprenditore seziona la propria attività in altre più piccole e specializzate (spin-off) trovando di volta in volta nuovi soci e investendo in settori diversi, è la misura di quanto le teorie sui sistemi di rete siano più affascinanti dell’idea di possedere tutto, di egemonizzare. Affermare la propria individualità richiede necessariamente di riconoscere quella altrui, ed ecco che le differenze risultano mattone fondamentale della società esattamente quanto lo è stato la famiglia, tradizionalmente intesa. L’interazione tra le individualità genera l’equilibrio su cui si regge il sistema sociale, un equilibrio dinamico che nella continua mutazione trova ragion d’esistere.

Le recenti normative sulla privacy dimostrano che è nato il bisogno di tutelare il proprio orientamento personale –individuale- non tanto dall’invasiva curiosità altrui, quanto dall’omologazione. E’ accettabile il dover tenere, ad esempio, un certo comportamento e vestire in un certo modo all’interno del luogo di lavoro, è invece inaccettabile che il mio comportamento e il mio modo di vestire nel privato possano precludermi di lavorare in quello stesso luogo. Se tutelo la mia privacy, mi difendo dall’omologazione, e facendo questo mi posso differenziare liberamente garantendo agli altri –per banale logica consequenziale- la medesima libertà. Molto semplice e molto efficace. All’interno di un “recinto” culturale definito e diffuso, il vivi e lascia vivere incarna diversi vantaggi: esalta la creatività personale, smorza molti degli attriti sociali e di categoria, amplifica le opportunità di espressione, favorisce la nascita di nuove correnti culturali, infittisce le reti relazionali e le possibilità di collaborazione, relativizza la presenza dello Stato nella vita pubblica, e costa poca fatica. Cosa da non tralasciare quando si ha a che fare con una generazione figlia dell’indolenza, che ha riscoperto Wilde in un’ottica contemporanea e transdecadentista, vivendo distaccatamente il ruolo di upper-middle-class, navigando in barca con papà, poi in internet ed infine in internet stando in barca.

Nell’indolenza e nelle sue lunghe pause oziose rimane però il tempo di leggere, di riflettere, di discutere fino a notte fonda magari ubriacandosi, di sviluppare considerazioni a volte anche feroci sul mondo circostante, contribuendo a gettare le basi per la società di domani. Tra breve vedremo se quella semina darà frutto.

 

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