Ambiente, nuova industria

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In campo ambientale succederà ciò che abbiamo visto accadere in campo industriale.

Alcune regioni del nostro paese –per motivi diversi- sono riuscite a vincere la corsa all’industrializzazione e ne hanno ricavato decenni di benessere economico e di sviluppo, si sono dotate di infrastrutture, di servizi, hanno sviluppato un concetto di impresa che ha arricchito le famiglie e creato posti di lavoro. Non analizzeremo le contropartite negative derivate dal non aver saputo governare pienamente questi processi, contropartite quali la distruzione dell’ecosistema, la cementificazione, lo stress, l’abbandono pressoché totale degli anziani a sé stessi una volta usciti dalla fase produttiva della vita.

Oggi si è aperta una fase nuova, e le industrie sono considerate una ricchezza ma anche un problema, un problema collegato ai rifiuti e all’inquinamento.

Questi ultimi anni di difficoltà e concorrenza orientale hanno impoverito all’inverosimile il tessuto industriale veneto, dal punto di vista occupazionale, produttivo e creativo, assistiamo infatti ad un declino lento ma continuo, in attesa di idee per ripartire. L’investimento sull’ambiente è nel 2006 quello che l’investimento sulle fabbriche è stato dal dopoguerra in avanti. Un’opportunità.

Improvvisamente siamo di nuovo tutti alla pari sulla linea di partenza, tutti allo zero, il gap industriale non conta quando si scommette su qualcosa che non è industria, esattamente come un poker d’assi non vale nulla sul tavolo della roulette. Le regioni italiane, cambiati gli occhiali con cui le si guarda, non sembrano poi tanto diverse, non esiste più un Nord ed un Sud. Se i parametri sono l’investimento sul paesaggio, sulle energie alternative, sul turismo ecologico, sugli stili di vita sostenibili, l’abitante di Potenza ha le stesse opportunità di quello di Bolzano. Cambiano –è vero- le percentuali relative la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani, ma non è indice apprezzabile per calcolare le possibilità di sviluppo in relazione ai parametri di cui si diceva. Paradossalmente il Salento è area a più alto potenziale –sempre rispetto agli stessi parametri- se confrontata con il milanese. Minor industrializzazione ha creato disagio sociale, difficoltà di sopravvivenza, impossibilità di avviare impresa, scarsa urbanizzazione, ma ha anche preservato l’ambiente, rendendolo ora convertibile in meravigliosa opportunità d’investimento, con le dovute cautele.

In Italia l’industria culturale è strettamente legata al paesaggio, ai luoghi suggestivi e storici, alle produzioni artigianali di altissima qualità, alla creatività artistica, all’agroalimentare e ai vini. Gli stranieri non acquistano ville o passano vacanze sui laghi lombardi perché ad una manciata di chilometri ci sono le industrie, forse bisognerebbe iniziare a capirlo. Nemmeno risulta che l’attrazione principale di Venezia sia Porto Marghera. Certamente, a quest’ultimo proposito, una laguna che fosse nella sua interezza protetta come riserva naturale darebbe molti più posti di lavoro di quanti ne garantisca oggi la chimica, e probabilmente fatturati altrettanto più elevati.

Il fatto è che la vecchia classe dirigente ancora in sella gira su idee di impresa che non sono più adeguate alla contemporaneità, ritiene di dover attirare imprese al Sud ed ignora quali siano i veri settori innovativi su cui concentrare gli sforzi e le risorse.

Mai come adesso è urgente un ricambio generazionale.

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