PaTreVe

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Venezia non sta affondando. Vero.

Galleggia, fluttua pericolante su un mare di denaro in deposito temporaneo nelle tasche dei turisti che la visitano.

Quel denaro passerà di mano velocemente senza restituire servizi, è come se la città percepisse una rendita vitalizia da un investimento fatto secoli addietro. Nessun valore aggiunto, nessun nuovo investimento.

Eppure la sola posizione geografica dovrebbe essere spunto per un gigantesco processo di rinnovamento, una rivoluzione in senso metropolitano europeista. Venezia punto nodale delle direttrici dalla Mitteleuropa al Mediterraneo, da Oriente ad Occidente, snodo di culture ed idee.

Qualcosa però non sta funzionando e la città si allontana progressivamente dalla possibilità di incarnare quel modello, spenta dalla propria funzione di scenario romantico ed unico. Non rimane che incrementare le banchine a disposizione delle grandi navi da crociera, che è ciò che si sta facendo tra fragorosi applausi e conferenze stampa.

Del dissesto della terraferma conviene non parlare, meriterebbe un capitolo specifico nell’enciclopedia dei non-luoghi.

Il Capoluogo sta soffocando trascinandosi appresso il resto della Regione, un malato terminale che ormai si alimenta endovena con i flussi turistici, incapace di qualsiasi moto proprio, agonizzante, al limite dell’autosufficienza. PaTreVe non sarà la risposta a questo disagio, unire tre disagi non ne costituisce uno minore, a meno che non si consideri il tutto dalla prospettiva di riduzione delle inutilità istituzionali, intese come Enti ed Amministrazioni.

La partita è complessa perché la posta in gioco è molto alta, si tratta di far ripartire il Veneto ed il Nordest, ma non seguendo le direttrici lombarde che hanno un rovescio della medaglia tragico nel senso della pessima qualità della vita e dello stress collettivo, bensì secondo un modello nuovo e più compatibile con le mutate esigenze socio-culturali, perché quello che i cittadini non vogliono è vedersi costruire attorno centinaia di edifici per milioni di metri cubi di cemento. La metropoli non interessa, interessa il concetto di metropolitanità. Per il Veneto addirittura si potrebbe parlare –anche se impropriamente- di città diffusa, e forse si sarebbe prefigurata una soluzione più in linea con la realtà, con gli usi e le tradizioni.

Le unioni ex-lege sono pericolose, fondere amministrativamente e d’imperio decine di comuni con centinaia di migliaia di abitanti complessivamente è un’operazione che troverebbe l’opposizione di una miriade di Comitati, eppoi perché solo Padova, Venezia e Treviso? E Vicenza, Verona, Rovigo e Belluno?

Il punto è sempre lo stesso, per amalgamare persone diverse ci vuole un grande, lungimirante, progetto comune, non una semplice mescola di ingredienti, ma un’idea che sia capace di far innamorare di sé, ammaliante, coinvolgente.

PaTreVe è come la Provincia del Veneto Orientale, un tentativo di aggrapparsi l’un l’altro per restare almeno a galla.

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