Divide et impera

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La specializzazione in un determinato campo sembra sostituire gradualmente la cultura generale, e quindi la conoscenza di tutti gli altri (o quasi).

Questa è una emergenza da risolvere, una distorsione, una forzatura a rinchiudersi entro confini determinati per non apparire fuori luogo. È piacevole discutere di diritto penale con un avvocato specializzato, ma se la discussione rimane congelata in quell’ambito senza possibilità di inquadrarla in un contesto più ampio, sarà una discussione fine a sé stessa, al massimo con il potenziale per risolvere uno specifico problema legale.

Leggere libri o articoli sempre sullo stesso tema inchioda lo sguardo sul divenire ad uno statico punto di vista, facendo apparire una realtà in prospettiva visibile esclusivamente da quel punto medesimo. Diventa difficile allora comprendere le posizioni di chi origina i propri ragionamenti da presupposti diversi corrispondenti ad altri punti di vista, e sovente si finisce per considerarli errati.

La percezione della realtà è quanto di più relativo si possa trovare in un essere umano, un segno distintivo dell’individualità, ma relatività ed incoscienza non possono andare di pari passo, tanto meno relatività e volontà egemonica. La capacità di cambiare angolo visuale è qualcosa che si nutre di conoscenza e coscienza di sé e degli altri, di elasticità, di predisposizione all’ascolto dell’opinione contraria, di educazione alla relazione, a volte di fermezza sui propri principi e pensieri.

La specializzazione genera gruppi e sottogruppi sociali e professionali, genera linguaggi incomprensibili al di fuori di una determinata cerchia, tende ad uniformare comportamenti e percorsi cognitivi. La specializzazione è un processo funzionale alla produzione ed alla produttività.

Quando si deve costruire un prototipo di macchinario che poi andrà brevettato, il detentore dell’idea spesso commissiona a diverse aziende la realizzazione di singole parti della macchina, di modo da garantirsi la riservatezza e la segretezza sul risultato dell’assemblaggio finale. Il detentore dell’idea è l’unico che possa far fruttare a proprio vantaggio le singole parti del macchinario, perché è l’unico che conosce e capisce il progetto nella sua interezza.

Il rischio, traslato dall’impresa alla società, è che seguendo questo procedimento rimangano pochissimi soggetti a detenere le idee e contemporaneamente a poter usufruire degli strumenti (altrui) per metterle in pratica. Buone o pessime che siano tali idee. Se il magistrato farà solo il magistrato, il panettiere solo il panettiere, l’ingegnere solo l’ingegnere e così via, finirà che l’Italia diventerà una oligarchia (magari composta da due soli partiti) dove gli oligarchi saranno continuamente sollecitati e corteggiati da un’infinità di lobbies in guerra tra loro, pronte a tutto pur di ottenere il favore dei governanti di turno.

Divide et impera era la massima su cui è stato costruito e retto l’Impero Romano, dividili e li potrai governare, tradotto liberamente. Fare in modo che i gruppi sociali o professionali continuino ad avere interessi divergenti è la miglior strategia per assicurarsi che non si uniscano perseguendoli con maggiore forza nei confronti delle Istituzioni, e della Politica di conseguenza. Esasperare la divisione a metà dell’elettorato consente alle due coalizioni in lizza per il Governo di essere sicure di non poter avere una schiacciante maggioranza ma, allo stesso tempo, anche di perpetuarsi attraverso la spontanea migrazione da una parte all’altra degli scontenti che di norma genera l’alternanza. La certezza di rimanere in qualche modo in pista –al limite come opposizione- è molto migliore della possibilità di tornarsene a casa, naturalmente.

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