Venezia inabissata 2 – l’utopia

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L’inabissamento di Venezia a cui il libro di Nicoletta Salomon si riferisce non è tanto una previsione né tantomeno un desiderio. Piuttosto si tratta di una “parabola” sul destino di Venezia, dove il lento affondare si presenta dapprima come la parodia dell’archetipo di Atlantide: un analogo debole rispetto al fragoroso sprofondamento della città mitologica. “Quello di Venezia è lo svenire lento e sdilinquito del possibile in vasca da bagno”, il bagnomaria nella bacinella lagunare così ironicamente profetizzato dalle palle di vetro in vendita nelle bancarelle nei pressi della stazione.
Ipotesi fantastica, ma la fantasia è l’elemento primario trattandosi di desiderio, è che la Città abbia da sempre desiderato affondare, che questo sia il suo progetto originario. Come potere del resto diventare “signora del mare” se non facendosi avvolgere dall’abbraccio della sua lunga onda d’oro?
Del resto è qui che ha inizio l’utopia: attraverso il superamento della “politica di salvezza” che da ormai decine d’anni assilla e imbalsama la vita della città lagunare. Del resto il mito della Fenice aveva parlato chiaro fin dall’inizio: la rigenerazione attraverso la morte. I veneziani da parte loro erano già stati previdenti, avendo riempito per decenni i canali di frigoriferi, divani e barche affondate, “quelle gattemorte dei veneziani”, gli unici che sapevano fin d’all’inizio… sapevano che il Mose avrebbe salvato il proprio popolo nell’acqua, imbalsamazione subacquea che vale per la regina del mare come una promessa d’immortalità.
“Il giorno in cui, con un impercettibile suono di risucchio, Venezia è andata sotto come una frittella nell’olio, era appena stato varato il progetto per vitree paratie in plexiglas che, sensibili al suono delle sirene, sarebbero emerse dal bordo di ogni riva e fondamenta fino ad un metro di altezza in caso di oblative maree”. L’ennesimo bluff. In verità la città si preparava da anni, da secoli ad affondare appesantendosi di ogni sorta di orpelli. Solo così avrebbe potuto realizzare il progetto di potersi unire al suo unico amante: il mare. Ma è così che Venezia può finalmente tornare a vivere, perché l’utopia si realizza senza scalzare l’esistente, semplicemente commistione impura tra bello e brutto, classico e anticlassico, turistico e autoctono, apparenza e realtà. Ecco finalmente le case e i palazzi ricoprirsi di scheletri esterni in ferro, metafora della rete che finalmente ha smesso di essere virtuale; il crearsi di percorsi escheriani; giostre nomadi tra i campi con nuvole di zucchero filato; giardini e orti nei campi, tornati campi da gioco per i numerosi bambini. Tutta gente che vive di niente, beve gazzosa nei baretti di sera, abolite le vacanze (divenute inutili) si può finalmente lavorare meno della metà. Così si sono inviate alcune centinaia di volontari per le principali città del mondo per captare i desideri latenti di Venezia sulle bocche della gente che parlava tra se e se ai semafori, piangendo sulla cipolla e nelle pause pranzo nei parchi cittadini: “Non appena il desiderio si materializzava in sillabe un modulo di adesione al progetto per Venezia veniva subito esibito dagli ambasciatori dell’utopia”.
Ma senza illusioni. Nell’utopia la città convive con il proprio negativo, con la propria morte, le tiene assieme come pianta carnivora, spina nel fianco nel giardino della metropoli globale anestetizzata. Il luogo comune novecentesco di Venezia come regno della morte altro non è che la proiezione inconscia della “vita” delle metropoli.

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