Ecco perchè la raccolta differenziata non funziona

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Vesta è nata per razionalizzare i servizi rifiuti e idrici del Comune, per avere meno costi rispetto alle vecchie Amav e Aspiv, e quindi per dare migliori servizi ai cittadini con tariffe più basse. Riguardo al primo obiettivo probabilmente qualche risultato è stato ottenuto, ma per il secondo e, soprattutto, per il terzo, siamo ancora lontani anni luce, anzi – per Michele Zuin, parlamentare e consigliere comunale di Forza Italia – siamo andati in direzione opposta. «Devono spiegarmi tre cose: come hanno fatto a mangiarsi 20 milioni di euro in 4 anni; perché Vesta ha una delle redditività più basse rispetto alle principali aziende di igiene urbana italiane, è davanti solo ad Asia di Napoli; e perché le tariffe continuano ad aumentare».

Le tariffe per Tia e acqua sono via via aumentate, è vero, ma è aumentato anche il costo della vita.

«D’accordo, ma la fusione di Amav e Aspiv avrebbe dovuto, se non diminuire, almeno contenere gli aumenti, e non mi pare che questo sia avvenuto: solo nel 2006 le tariffe per le utenze domestiche sono aumentate del 3\% e quelle per le utenze commerciali del 5\%. La verità, comunque, è che Vesta in quattro anni di vita ha registrato solo ed unicamente perdite che, tra l’altro, avrebbero potuto essere ancora maggiori se non avesse venduto alcuni gioielli di famiglia per coprire i buchi».

Parliamo, in ogni caso, di una società per azioni sui generis, nel senso che deve garantire servizi pubblici essenziali.

«Sempre di società per azioni si tratta, non si può pensare di chiamarla Spa così per sport. Una Spa deve comunque operare per tenere i conti in ordine, non dico per guadagnare milioni di euro, ma nemmeno per perderli».

Il Consiglio comunale sta esaminando in queste settimane proprio una delibera per rimettere in ordine i conti di Vesta. Come avevamo anticipato un anno fa il Comune recupera 20 milioni di euro e, come socio di assoluta maggioranza, li versa in Vesta.

«Grazie tante, che società è una realtà che vive sui ri-finanziamenti pubblici? Che garanzie dà per il futuro?».

Il vicesindaco Michele Vianello l’anno scorso aveva annunciato questa ricapitalizzazione spiegando che era pensata proprio per rafforzare Vesta e metterla in grado di concorrere con le multinazionali private alle quali è stato aperto il mercato di gran parte dei servizi oggi assicurati dalla municipalizzata.

«Se nei primi 4 anni di vita Vesta si è mangiata 20 milioni di euro, chi mi dice che nei prossimi anni farà meglio, e che tra qualche anno non sia invece necessario mettere mano nuovamente al portafoglio di Pantalon? Il vicesindaco, per spiegare la proposta di questa delibera, ha detto ai consiglieri che “non si può andare sul mercato con le pezze al culo”. Ma io vorrei tanto sapere chi ha portato questa società ad avere le pezze al culo».

Forse Vesta è nata dalla fusione di due società (Amav e Aspiv) con poca solidità finanziaria.

«Non mi risulta, e poi basta leggersi le considerazioni del primo Consiglio di amministrazione di Vesta sulle perdite “folli” del 2003, 13 milioni e 258 mila euro: sembra che quell’anno sia successo di tutto e di più, e che una serie di eventi sfortunati abbiano portato a quel buco colossale. Ora, una persona di media intelligenza, anche non preparata in materia, può pensare davvero che 13 milioni di euro siano il risultato di qualche sfortunata coincidenza?».

Nel 2003, però, le perdite sono scese a poco più di 1 milione di euro, forse quelle dell’anno prima erano davvero coincidenze sfortunate.

«No, direi invece che i vertici di Vesta hanno avuto fortuna nel 2002 (il bilancio 2003 si riferisce all’anno precedente, come tutti i bilanci ndr.), anzi hanno ricevuto un bel “regalo”: in quell’anno, infatti, si registra un provento straordinario dovuto al fatto che Vesta è diventata proprietaria gratuitamente dell’inceneritore di Fusina, valutato 9,2 milioni di euro. Senza quell’entrata il buco del 2003 non sarebbe stato di 1 milione, ma di 10 milioni di euro. Nel 2004, poi, precipitano di nuovo a meno 6 milioni di euro e nel 2005 risalgono a meno 1 milione e 466 mila euro solo perché nel 2004 Vesta ha venduto un immobile nel centro storico e un’area nella zona industriale a Fusina per un totale di 5 milioni e 624 mila euro».

Il capitale sociale di Vesta, però, risulta sempre lo stesso di quando è nata, quindi vuol dire che la società è ancora solida.

«Sì, ma al prezzo di aver mangiato le riserve, e in particolare aver azzerato completamente la “riserva da conferimento”, ossia 17 milioni e 740 mila euro che derivava dai maggiori valori di patrimonio netto determinati in occasione della trasformazione delle due aziende, Amav e Aspiv, in società per azioni. Si sono mangiati tutto il formaggio, insomma; ed ora resta la crosta che bisogna tornare a riempire. Ecco il vero senso della ricapitalizzazione, altro che sfida dei mercati».

Motivazioni a parte, resta il fatto che la ricapitalizzazione è necessaria, quindi si deve fare, è inutile spaccare il capello in quattro.

«Un fico secco, scusi. Siamo d’accordo che il buco c’è e bisogna coprirlo, ma io come cittadino pretendo di sapere perché c’è quel buco e chi l’ha provocato. Questa è trasparenza. Senza contare che i 20 milioni di euro non cascano dal cielo, provengono dai 48 milioni di euro che il Comune incassa vendendo al Casinò la sede storica di Ca’ Vendramin Calergi: con una parte ricapitalizza il Casinò, con l’altra Vesta. La nostra Amministrazione, insomma, deve spiegarci se per mantenere in vita le sue società partecipate ha intenzione di spendere, solo per eventi straordinari (e quindi senza contare quello che finanzia per la gestione ordinaria), 50 milioni di euro ogni 3 o 4 anni».

Elisio Trevisan

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