Piero Welby

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Piero Welby è un nome che fino all’altro ieri era completamente sconosciuto alla quasi totalità dei cittadini italiani, ne avevano notizia gli iscritti ai Radicali, all’Associazione Coscioni, gli ascoltatori di Radio Radicale e i frequentatori dei relativi siti. In tutto qualche migliaio di persone. Oggi continua ad essere sconosciuto, ma anche grazie a lui si sta discutendo di eutanasia e testamento biologico. Piero Welby è affetto da una malattia che l’ha progressivamente ridotto a prigioniero del proprio corpo, un corpo pietrificato di cui riesce a controllare a malapena gli occhi. Tutte le sue funzioni vitali vengono svolte da macchine, e lui chiede di poter mettere fine a questa immane sofferenza. Lui, come tanti altri, che per la dignità della vita sono disposti a morire, perché di questo si tratta in verità e non di intricati sofismi filosofici e trascendentali. Ci chiediamo dove inizia la vita (e qualcuno di noi ha la pretesa di saperlo più di altri), ma non ci domandiamo mai dove inizia la morte. E solo gli ipocriti e i dogmatici credono ancora che l’eutanasia non venga applicata clandestinamente negli ospedali della Repubblica. L’aspetto forse più vergognoso è che l’arbitrio di darsi la morte venga sottratto proprio ai soggetti più deboli, quelli che sono immobilizzati su un letto e sofferenti, quelli la cui immobilità forzata diventa causa di discriminazione sociale prima, culturale poi.

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