Serbia docet

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Per evidenti motivi geografici -e risaputi trascorsi storici- il rapporto balcani-nordest è stato sempre stretto. Ad esempio lo storico Fernarnd Braudel ha dipinto l’Adriatico come uno dei mari più coerenti ed omogenei del Mediterraneo, oppure lo scrittore Pedrag Matvejevic, parla dell’Adriatico come il mare delle vicinanza e dell’intimità. I fatti del 1989 fecero intravedere grandi opportunità. Ma poi scoppiò la guerra civile jugoslava. È impossibile trovare dei vincitori quando accadano fatti del genere. Ma certamente c’è stata un’entità statuale che ha perso: la Serbia. Almeno questa è l’idea che mi sono fatto avendo avuto l’opportunità più volte di percorrere quei luoghi, e non solo per turismo. Mentre la Slovenia è entrata nell’Unione Europea, mentre la Croazia continua la sua marcia d’avvicinamento, mentre la Bosnia- Erzegovina ha avuto diversi finanziamenti dall’Unione Europea, la Serbia appare figlia di un dio minore. Anche allargando lo sguardo ai cosiddetti Grandi Balcani, quindi includendo stati che nel 1989 presentavano problemi di molto superiori allo stato serbo, la Serbia presenta forti difficoltà.Scrivo queste righe perché la situazione sta cambiando (pur sapendo che la “questione” Kosovo è tutt’altro che risolta). Il Financial Times ha individuato in Belgrado la città ove investire per il biennio 2006/2007 nell’Europa Meridionale. Altre segnale è l’attenzione che la Biennale d’architettura di Venezia sta dando a Belgrado http://www.projectbelgrade.com/ . E ancora: martedì una delegazione serba campeggiata dal sindaco di Belgrado Nenad Bogdanovich, accompagnato dal console generale a Trieste Vladimir Nikolic, è stato ricevuto a Ca’ Farsetti (sede del Comune di Venezia). Ma c’è ancora molto da fare. E non possiamo sempre affidarci all’Unione Europea che del resto è in affanno su molti fronti. L’UE dovrebbe essere aiutata da entità intermedie. Mi viene in mente l’AlpeAdria http://www.alpeadria.org/ un’unione di regioni che comprende Veneto, Friuli-VeneziaGiulia, Slovenia, Croazia e entità ungheresi, austriache, ecc. E qui si ritrova il possibile ruolo del Nordest italiano. La domanda chiave è sempre cosa sia il Nordest. Forse solo una miriade di PMI che cerca incessantemente nuovi luoghi ove il costo del lavoro è basso?. Spesso si ha la sensazione che da queste parti non ci si sia resi conto che il passaggio da un modello economico basato su una moneta debole ad uno scenario a moneta forte obbliga a una svolta radicale anche nell’interpretazione del vicino. Sono contento che la Serbia dia segnali di cambiamento, mi preoccupa molto che il Nordest invece sia tremendamente uguale a se stesso.

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