Mai più!

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Nella vicenda “salvaguardia di Venezia”, molti i punti spinosi. Si potrebbe scrivere del traffico petrolifero che transita oggi in laguna mentre una legge dello Stato del 1973 ne prevedeva l’allontanamento. Dal punto di vista storico il dibattito esplose in tutta la sua virulenza a seguito del 4 novembre 1966 quando l’acqua alta sommerse tutta la città, molte isole e parte della terraferma. Da allora abbiamo comitati di esperti internazionali, regionali, comunali, rapporti dell’Unesco, comitati per la salvaguardia di mezzo mondo, leggi dello stato, della regione, regolamenti comunali, società pubbliche create ad hoc per gestire i lavori, direttive europee e relative infrazioni, ecc. Un ginepraio di norme, una marea di soldi.

Ma è il Mose l’attore principale, ossia un sistema di paratie mobile che dovrebbe impedire il fenomeno delle acque alte. Già il nome non è sobrio. Forse anche per questo il Mose coagula, acutizza le diverse passioni e posizioni. Divide trasversalmente molte famiglie veneziane, la più famosa è la Cacciari ove alle liti tra fratelli si accavallano quelli con figli e nipoti. Infatti Tommaso, esponente tra i più attivi dei no-global, è figlio del dimissionario parlamentare di Rifondazione Comunista Paolo –che da assessore all’ambiente nella giunta Costa lasciò partire i primi lavori- ed è nipote dell’attuale sindaco Massimo, che si deva barcamenare tra mille pressioni senza mai dire una parola conclusiva. I verdi appena entrati in giunta dopo la batosta delle ultime elezioni comunali, già minacciano l’uscita.Ma gli esempi potrebbero essere infiniti: un vero e proprio caos, un gioco di maschere, specchi, illusioni, detto, riferito, immaginato, voluto, sussurrato, travestimenti, ammiccamenti, degno della tradizione carnevalesca veneziane e del melodramma italiano. Wladimiro Dorigo recentemente scomparso aveva già detto molto di quello che c’era da dire, nel lontano 1973. Dorigo stigmatizzava “l’intransigenza “ecologica” e il vincolismo “paesistico” e monumentale all’interno di una indifferenza globale per la generalizzata catastrofica situazione urbana e territoriale (…) una visione per la quale l’ineluttabile –o forse il desiderio- è lo svuotamento della città storica, cioè l’espulsione da questa dei paria privi di un certo gusto e livello culturale, i quali, inutili dirlo sono anche privi di quattrini (…). In questa zona di problemi si saldano dunque con la premessa formale della conservazione del volo monumentale e ambientale della città, orientamenti sociali, economici e politici chiaramente reazionari, in quanto nettamente orientati all’esaltazione di quella specializzazione monoculturale dello strumento capitalistico Venezia, quella turistico-alberghiera, residenziale d’alto bordo, pseudo-culturale e pseudo- quaternaria”. In questa parole si svelano le saldature politiche più strane di microambienti sociali, minoranze di blocco potentissime in città storica. In questo senso il Mose, è un tassello di una lotta per rivitalizzare tutti i “cosiddetti” centri storici, nella speranza di riqualificarli come città e reinserili nella contemporaneità con tutti i rischi che ciò comporta… altrimenti da popolo di poeti e navigatori, diverremo un popolo di affittacamere, guardia sale, taxisti, parcheggiatori. Pessimista? Venezia docet!. E per i cultori della discontinuità (giusta) a tutti i costi (un po’ meno giusta) con il passato governo, suggerirei di insistere su i cosiddetti lavori diffusi in laguna, altrimenti sì il Mose sarà inutile. La ripresa di questi “lavori diffusi” sovvertirebbe l’impostazione del governo Berlusconi accecato dalla panacea della grandi opere slegate dal territorio circostante. Vi pare poco?.

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