Culti

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La religiosità, la fede e i culti sono fenomeni meravigliosi, perle di umanità incastonate in una corona di spine, in una pietra nera, in un cumulo di mattoni che somiglia ad un muro, o in una ghirlanda di fiori.

Assistere alle manifestazioni di questi fenomeni è sempre qualcosa che lascia sbalordito l’intelletto dell’uomo sensibile, indicazioni sullo stato di natura che appartiene alla nostra specie e che con il progresso vorremmo travalicare.

Vorremmo.

Se l’accoppiamento e la procreazione ci possono ricordare che siamo coinvolti nello stesso universo degli altri splendidi animali che ci circondano, entrare in una chiesa affollata ci ricorda che siamo esattamente uguali agli egizi che quattromila anni fa adoravano il Faraone e costruivano per lui templi destinati a sfidare i millenni.

Sin dall’origine dei tempi siamo stati vocati al timore reverenziale per l’Entità Superiore, a differenza degli animali abbiamo superato il timore del fuoco trasformandolo nella manifestazione di tale Entità, convincendoci che con gli opportuni sacrifici sarebbe stato possibile placarne le ire distruttive. Da allora non ci siamo più evoluti in tal senso, abbiamo solamente raffinato le intuizioni teologiche, siamo arrivati ai monoteismi che oggi si battono per egemonizzare il settore come una multinazionale vorrebbe diventare monopolista nel proprio, le Istituzioni Religiose sono ricche come le Banche, tutto l’apparato si è adeguato alle trasformazioni sociali e politiche per poter continuare a restare uno dei poteri forti. Niente di nuovo, è vero, e visto sotto questa luce ogni dettaglio appare squallido e lontano in modo irreparabile dai principi e i precetti dei vari profeti.

Ma c’è un lato poetico.

C’è la poesia di mia nonna che la domenica mattina si prepara per uscire, aggiusta i capelli e mette l’abito buono, un po’ di trucco, circa quindici minuti di passeggiata per arrivare in chiesa, un luogo dove –al di là di tutto il resto- spenderà belle parole e pensieri positivi per i propri cari o per persone che soffrono, stringerà mani in segno di riconciliazione con il prossimo, uscirà poi per andare a bere il caffè nella pasticceria di fronte dove incontrerà amici e conoscenti della zona, facce note da più di mezzo secolo. Tornerà a casa beata, arricchita dall’esperienza di partecipazione al culto.

C’è la poesia di vedere con i propri occhi che il genere umano è ancora allo stadio tribale nonostante la tecnologia e l’inquinamento, tribale e figlio della Natura anche in uno sfortunato eventuale futuro senza foreste, milioni di individui si radunano per salutare il Papa o per bagnarsi nelle acque del fiume sacro, allora forse è possibile che presto o tardi ci si renda conto di questa ineluttabile e poetica appartenenza alla Natura, e si lavori tutti assieme per ripristinare gli equilibri che abbiamo sconvolto.

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