Venezia è un pesce I

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Con questo post vorrei aprire una serie di recensioni e/o chiose alla letteratura su Venezia che mi auguro sia lunga e feconda. Il progetto implicito è quello di inseguire le tracce delle numerose “idee di città” nelle loro varianti e stratificazioni storiche. L’intento è quello di individuare la Visione in cui queste diverse tracce possano convergere ovvero, rovesciando la prospettiva, l’Idea della Città Possibile da cui tutte si irradiano.

Nel labirinto letterario inizierò un po’ “a caso”, quindi dal libro di Tiziano Scarpa (Venezia è un pesce, edito da Feltrinelli). Questa piccola guida, che a dispetto della sua semplcità per non dire banalità ha riscosso un notevole successo, è suddivisa in “capitoli percettivi”: la città è attraversata di volta in volta utilizzando come chiavi d’accesso i piedi, il cuore, le mani, il volto… In questa prima puntata prenderei spunto da una metafora delle prime pagine per divagare un po’, come turista-naso-all’insù.
L’azzeccata fiaba d’apertura del pesce pietrificato e catturato all’amo (il Ponte della Libertà, il doppio filo “binario e fettuccia d’asfalto”) riprende una metafora ricorrente, quasi un topos della letteratura su Venezia. A proposito mi ricordio di aver letto da qualche parte che gli arabi chiamavano Venezia “nocciolina”: quando giungevano a bordo delle grandi navi, non molto più piccole di quelle che oggi salpano per la Grecia stracariche di turisti, potevano ammirarla dall’alto, sospesa nel grande bacino della laguna, come un prezioso minerale all’interno di un guscio. E’ questa una metafora del Tempo, quasi una cristallizzazione sincronica delle diverse epoche della storia: a Venezia il tempo si è fermato, o meglio non avanza in linea retta.
Dall’altro lato emerge, a mio avviso, una metafora dell’artificialità. Paradossalmente non v’è città più tecnologica di Venezia, foresta sì ma foresta pietrificata in cui la relazione con l’ambiente naturale è ad un tempo armonica ma segnata da una forte tensione. Mi vengono in mente alcune città della Spagna, Leon o Madrid stessa: quando le vedi sorgere in lontananza sono degli eventi così improvvisi rispetto alla piattezza monotona del paesaggio che ti sembrano quasi delle rose del deserto forgiate da qualche stravagante demiurgo. Il modello di città di cui Venezia è figlia (o madre?) rimarca il carattere tecnico della polis, la sua emancipazione dallo stato di natura. Dovevano saperne qualcosa coloro che sudarono vite intere per strappare un po’ di terreno stabile al velme e barene. La laguna stessa è un luogo artificiale (non dico certo una novità) e questo dovrebbe portarci a riflettere sull’attualità del rapporto di Venezia e della Laguna con la teche. In un certo senso e paradossalmente il rapporto di Venezia con la tecnologia si interrompe con la modernità. Finché ha avuto un ruolo di “protagonista nella storia” (poi il protagonismo dipende dai punti di vista) Venezia ha mostrato che un certo operare tecnico, fosse piccolo o grande, armonico o violento, doveva appartenere al DNA del suo homo politicus.

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