La Fattoria

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Rileggendo le teorie degli economisti del XVIII° secolo quali Smith, Ricardo o Malthus, fa impressione constatare quanto quella che oggi definiremmo azienda agricola fosse il perno centrale della vita economica di una popolazione.

La relazione diretta tra prodotto alimentare e sostentamento escludeva di fatto l’intermediario denaro, il termine uomo era allora piena realizzazione del proprio etimo humum, terra. Qualunque altro prodotto poteva essere valutato in termini di quantità di lavoro necessaria per ottenerlo, un sistema mutuato dall’agricoltura e legato agli indici di rendimento di una data estensione di terreno. Più costa fatica coltivare una carota, più alto sarà il suo prezzo di mercato, oppure –in caso di concorrenza e quindi di prezzo limite da non superare per non uscire dal mercato stesso- si avrà una riduzione dell’utile del produttore.

Oggi la disponibilità –ove presente- di generi alimentari è data per scontata, l’azienda agricola trasformata in impresa tecnologica, vezzo per ricchi o arcaismo a beneficio di anziani nostalgici. Raramente si è portati a ragionare dell’argomento in termini assoluti.

La produzione di cibo, per esprimersi volgarmente, rimane la linfa che nutre l’umanità. Banalmente si potrebbe affermare che coprire di industrie altamente avanzate ogni fazzoletto di terra rimasto non può portare vero sviluppo, al contrario.

Le necessità fisiologiche dell’uomo prevedono acqua e cibo, possibilmente non contaminati da metalli pesanti o diossine mortali. Il resto sono chiacchiere, o diversi livelli di discussione.

Ora che abbiamo minimamente provato che il mercato globale non è una chimera, sarebbe ragionevole rendersi conto che le zucchine vanno mangiate in stagione ed acquistate da produttori nazionali. Non ci sono scopi protezionistici in tutto ciò, gli scambi (di prodotti e cultura) sono stati indubbiamente il motore dell’evoluzione della specie cui apparteniamo e devono continuare ad esserlo, ma una cosa è lo scambio, altra cosa l’irragionevolezza.

Quando un sistema non funziona più, lo si cambia.

Una volta si fuggiva dalle campagne, ora si fugge dalle città, perché non voler affrontare questo dato di fatto? Perché il mercato non recepisce l’input e non capisce la potenzialità economiche del nuovo settore del salubre, del biologico, dell’incontaminato? Se la qualità della vita si potesse quotare in Borsa le azioni andrebbero a ruba, altro che Nasdaq.

Certo, il passaggio ad una nuova era non potrà avvenire senza qualche evento traumatico, senza chiusura di fabbriche e licenziamenti (vedi il Polo chimico di Porto Marghera), ma il potenziale di riassorbimento da parte di altri operatori economici che si affaccerebbero sulla scena sarebbe sufficiente a rimediare. Il problema è che cambiare le regole del gioco farebbe anche crollare le posizioni di privilegio di molte lobbyes affaristiche che attualmente detengono un immenso potere di orientare le scelte dei consumatori, e naturalmente non si può augurarsi un’improvvisa presa di coscienza dei signori che le compongono. L’avvertenza da tenere in considerazione è quella che mette in guardia sul livello di minimo che è possibile raggiungere, quanti altri “sistemi Moggi” sarà capace di sopportare la gente? E in quanti altri campi?

L’italianità ridotta a burletta è spettacolo pietoso da seguire, riuscire ad emanciparsi dallo stereotipo grottesco dei bellocci e furbetti è parte integrante del risanamento come e più di una finanziaria, stavolta non basterà una Coppa del Mondo –peraltro piuttosto improbabile viste le performances- o una riduzione del cuneo fiscale a farci riprendere quota, dobbiamo dimostrare di saper correggere le aberrazioni e tornare credibili, ma per raggiungere lo scopo bisogna partire dal microcosmo.

Se potete, in periodo di siccità, evitate di lavare il cane con l’acqua potabile pensando baldanzosi che il risparmio delle risorse sia una questione di cui si interessa quello stupido del vostro vicino.

3 Risposte to “La Fattoria”

  1. bepivenezian Says:

    Due commenti velocissimi: Lorenzo scrive che la gente sta tornando in campagna… io credo piuttosto che le città si stiano mangiando la campagna. Non mi intendo molto di vita campestre, ma vivere in una casa a schiera nella campagna veneta non mi pare possa rappresentare un approccio rurale alla campagna, ma semplicemente l’espandersi dalla cultura cittadina. Insomma la megalopoli padana è oramia realtà e la questione casa del tutto irrisolta.
    E condivido l’appello ad un uso corretto delle risorse declinabile sia nel non sprecare acqua potabile per funzioni “spurie” sia il nutrirsi con frutta e verdure e prodotti di stagione. Ma mi chiedo anche che senso abbia spendere praticamente la metà del già ridotto budget comunitario in sussidi per prodotti che potremmo comprare all’estero senza problemi. E quando dico estero intendo terzo mondo: la politica agricola europea sta letteralmente tagliando le gambe a possibili crescite di economie in paesi poveri. Abbiamo poca memoria: la “nostra” rivoluzione industriale partì dall’agricoltura, perchè non permettere che anche altri paesi possano fare altrettanto?
    In conclusione di “sistemi Moggi” ahimè ne vengono fuori ogni giorno nella nostra Italia, la campagna se interpretata tra palazzinari, agricoltori pieni di sussidi e sviluppo del terzo mondo potrebbe rivelarne di cotte e crude, un triangolo dove al centro ci troviamo tutti, ma l’uomo inteso come misura delle cose, c’entra poco.

  2. Lorenzo Pezzato Says:

    E se semplicemente lasciassimo almeno che i paesi del terzo mondo coltivassero al fine di alimentare sè stessi??

  3. bepivenezian Says:

    …sarebbe già un inizio, però il riuscire a vendere la loro produzione a mercati come i nostri è una condizione necessaria, anche se non suffuciente, perchè si inneschino tutta una serie di meccanismi che possano portarli fuori dalla miseria che oggi li contraddistingue… (ovviamente bisognerebbe fare due calcoli, ma credo non sia contestabile l’importanza per i mercati del terzo mondo di accedere liberamente ai “nostri” mercati… ma il principio di reciprocità ahimè non va molto di moda di questi tempi…)

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