FRANCIA E RIVOLTE, ITALIA E MI RIVOLTO

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Questo post, nonostante l'imagine forte, vorrebbe essere un invito a ragionare su quanto sta accadendo in Francia. Io non sono direttamente informato sulla situazione, e quasi tutte le informazioni mi arrivano filtrate dai media, e non capendo il francese non riesco a capire bene i blog francesi. Ho parlato solo con un amica che si è traferita lì e mi ha raccccontato un pò superficialmente come si diverta e si senta "viva" a fare le barricate (ha aggiunto "finalmente"). Io penso che sia una cosa su cui riflettere. Se il discorso passerà come politico, allora finirà come con l'art. 18 qui, o al massimo con la bruciatura politica di De Villepin a presidente della repubblica.
Se invece la risonanza e le evocazioni future (a breve termine) che evocheranno questi scontri Parigini, verranno identificati come "Generazionali", allora ci potrebbero essere i germi di un qualcosa di buono. Intendo dire che il pregio di queste "rivolte" sta proprio nella loro semplicità. Al di fuori degli apocalittici scenari commercial-economici futuri globali, la semplicità nelle rivolte francesi sta proprio nel rivendicare delle istanze e degli interessi particolari: la non precarietà del lavoro che questo sistema economico ci offre. Lo so che se ci mettiamo a ragionare elaboriamo l'idea che la flessibilità sia buona e necessaria, e che in un meccanismo flessibile la precarietà è l'altra faccia di una medaglia che è come uno sciroppo cattivo da madare giù, è cattivo ma ci fa bene. E in fondo in fondo, noi che siamo cresciuti con i supereroi dei cartoni animati, sappiamo che siamo super a noi non ce ne frega niente, e come italiani ce la caveremo sempre… Aggiungo solo a questa sfilza di autocritiche psicoanaliche che a noi non ce ne pò fregà di meno delle conquiste dei diritti dei lavoratori perchè non sono battaglie che abbiamo combattuto noi e dopotutto non ci appartengono… e a dirla proprio tutta non conosciamo neppure. Se ci guardiamo allo specchio sbaglio a dire tutto questo? Non credo. Ma quando dico "germi" di qualcosa di buono che possono arrivare ala Francia intendo dire che forse ci fanno semplicemente domandare cosa riteniamo importante per il nostro futuro professionale. Se siamo bastonati dal sitema per come è poteva andarmi bene quando avevo vent'anni che lo gestivano i "vecchi".. ma quando vedo oggi che le sedie le stanno occupando quasi coetanei a fare i lacchè di quei "vecchi" perpetrando le loro istanze e le loro visioni del mondo.. scusate il termine.. ma mi girano altamente le palle. Non voglio fare un discorso generazionale perchè ci sono trentenni che ragionano come sesantenni e sesantenni più lucidi e contemporanei di molti trentenni. Ma voglio rivendicare uno spazio dove sia possibile ancora immaginare. Comunque vi stimolo a scrivere cosa pensate di questo… è forse la prima volta che nasce un istanza in cui ci si può ritrovare a tout court… molto più delle occupazioni liceali o anche di quelli universitarie che avevano la difficoltà di non farsi strumentalizzare da una parte dai partiti, dall'altra dai no global (niente in contrario a tutti e due ma parti in causa e come tali portatrici di interessi).

Una Risposta to “FRANCIA E RIVOLTE, ITALIA E MI RIVOLTO”

  1. Edoardo Luppari Says:

    Io credo che concettualmente la flessibilizzazione del mondo del lavoro sia stato un passaggio sacrosanto e rispondente alle esigenze di una nuova società, non solo dal punto di vista dei datori ma anche dei lavoratori. Per la mia forma mentis, ma credo anche per quella di molti della mia generazione non avrei mai potuto essere un impiegato da otto ore al giorno fisse, cartellino timbrato diligentemente all’entrata e all’uscita. Il concetto stesso di ferie, quelle che gli italiani facevano in massa, come una specie di “ora d’aria” mi ha sempre fatto venire il prurito ai piedi. Penso che avrei fatto prima a scappare in Jamaica per regalarmi delle ferie illimitate.
    Vecchie storie d’impiegati… Peccato che il tutto si sia concretizzato in una colossale fregatura per i lavoratori in primis… anni e anni di lotte per diritti inalienabili dei lavoratori sono state spazzate con un colpo di spugna, eserciti di persone specializzate svolgono la loro professione senza un minimo di garanzie… che ne è della vecchia cara “malattia”? e delle “ferie”? e dei riposi? e della copertura sugli infortuni? e delle tredicesime? Macchè! adesso è il tempo dei collaboratori, degli stagisti, dei cocopro figli dei vecchi cococo, dei finti free lance! Basta fare un giro nelle diverse realtà e si capisce che ci sono situazioni che rasentano l’assurdo. La precarietà è come una serie di onde instabili: c’è chi può permettersi il rischio di surfarle ma è vero che c’è anche chi, avendo una famiglia, o non avendo un indole così predisposta a questo rischio, ha bisogno di maggiori garanzie.
    Credo, ovvero mi piace credere di aver vissuto solo la prima e più tremenda fase di questo processo di deregulation del mondo lavorativo, ora sarà necessaria in qualche modo “un’onda di riflusso” che ci aspettiamo e auspichiamo da chi andrà a governare nei prossimi anni. Chi governerà dovrà essere capace di introdurre garanzie nel nuovo scenario, senza quindi “tornare indietro”.
    Neppure io sono molto informato su quello che sta accadendo in Francia ma credo che il tutto avvenga presentendo prospettive all’italiana. Curioso come la precarizzazione, abbia in un certo modo spiazzato la funzione vera e propria dei sindacati che adesso tendono ad essere sacche di gestione di determinati poteri. Come nella precarietà ciascuno è promotore di se stesso, così è anche sindacalista di se stesso: non esistono organi o meccanismi istituzionali di garanzia dei diritti dei lavoratori, la cui difesa è spezzettata in mille rivoli ed altrettanti casi, soggetta alle bizze dei datori, al ricatto del “o così o non lavori”. Credo che negli ultimi anni sia rinata una forma di consapevolezza in questo senso, i diritti dei lavoratori, quelli degli anni 60 e 70, non possono più essere dati per scontati, nascono molte resistenza individuali e trasversali che col tempo formano la consapevolezza embrionale di un movimento. Forse quello che sta accadendo in Francia può essere in parte assimilato a questo…–>

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