Le preoccupazioni dopo Vicenza

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di Lorenzo Pezzato

Dopo il confronto a distanza tra i due candidati alla Presidenza del Consiglio tenutosi a Vicenza davanti a Confindustria, è chiaro che c’è da preoccuparsi.
Gli industriali probabilmente già lo stavano facendo e non avrebbero avuto di certo bisogno di un’altra dose di morfina.
C’è qualcosa di paradossale nella situazione che stiamo attraversando, chi ha le capacità di infondere ottimismo le sta usando per coprire un quinquennio di pessimo governo, chi non le ha usa il catastrofismo come una spada sguainata. In mezzo c’è l’Italia, attonita spettatrice a crescita zero di siparietti da “baruffa chioggiotta”.
E le idee dove sono?
E la condivisione?
C’è qualcuno che si candida a governare per il paese e non solo per la maggioranza che lo sostiene?
Ormai la politica è ingessata in un abito di inizio novecento, la diplomazia nemmeno parla più la stessa lingua dei cittadini, la giacca e la cravatta obbligatoria sono l’unico evidente segno di Europa Unita all’interno del Parlamento di Strasburgo. Meno formalismi e più sostanza sono il minimo che si possa pretendere.
Continuo a ripeterlo: abbiamo bisogno di un ricambio generazionale della dirigenza, altrimenti affonderemo in un mare di vecchiume e di meccanismi arrugginiti.
Se è lecito esprimere un desiderio sarebbe bello poter chiedere persone giovani fornite di un decente bagaglio culturale e di una concezione diversa della res-publica, intenzionate ad amministrare saggiamente e con creatività il territorio dove vivono e non tanto a raggiungere una dimensione nazionale in termini di consenso, persone portate per il dialogo e non per i comizi, competenti sulle problematiche che vogliono affrontare e risolvere, attente alla cultura, all’ambiente, alla ricerca e alle politiche sociali.
Se queste persone ci sono battano un colpo, come si usa dire, costituiscano un gruppo con un progetto e poi mandino una delegazione a coinvolgere degli industriali locali che possano sostenere economicamente l’operazione. Non si tratta di fondare un partito e di schierarsi politicamente, si tratta di mettere a disposizione della collettività un nuovo punto di vista.
In una vita che viaggia molto più in fretta di quanto umanamente sia consigliabile diventa difficile guardare fuori della porta di casa, scrutare l’orizzonte e decidere di imbarcarsi per un’avventura che richiederebbe di spendere le ultime energie e consumare quel poco di tempo libero che rimane dopo l’attività professionale, la famiglia, gli interessi e sé stessi. Se c’è anche il cane da portare a spasso, allora è una tragedia.
Avere lo stimolo di costruire da zero –anzi, da meno quattro- e rimettersi in gioco necessita di una certa dose di coraggio e forse di incoscienza, la conclusione più probabile è l’infarto causato dallo stress, la situazione si aggrava se si aggiunge che si entrerebbe in partita non giocando in una grande squadra organizzata ed efficiente ma in un organismo in fase embrionale, e che l’obiettivo sarebbe quello di lottare contro Golia e i suoi quattordici fratelli armati solo di una fionda e forse di un coccio.
Ma qualcuno lo dovrà pur fare.
Se i giovani interessati alla politica crescono nelle “scuole” organizzate dai partiti che li modellano a loro immagine e somiglianza per farne gli iscritti e le dirigenze del futuro, allora qualcuno dovrebbe spiegare quando mai potremo uscire da questo circolo vizioso.
La disillusione nei confronti delle Istituzioni è ormai larghissima e trasversale, di fatto il partito di maggioranza è quello degli scontenti, alle manifestazioni per la salvaguardia dell’ambiente ad esempio le appartenenze politiche svaniscono e così succede in moltissimi altri contesti, perciò esiste concretamente uno spiraglio attraverso cui mettere un piede nella complessa macchina della Pubblica Amministrazione in senso lato e di lì lavorare per cambiarne le attitudini e gli orientamenti. Però serve senza dubbio novità, freschezza, serve raggiungere i concittadini con messaggi forti senza stordirli ed annoiarli con propagande di sistema, serve risolvere problemi quotidiani ed avere la forza di proporre sempre visioni a lungo termine, armoniche e dinamiche, serve ascoltare le voci da qualunque parte arrivino.
Il rischio è quello di perdere anche i “pezzi” migliori della nostra generazione, confluiti come i loro (e i nostri) padri in formazioni già compromesse ed integrate nel meccanismo.

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