Nordest

by

di Lorenzo Pezzato

Quando mi hanno chiesto di scrivere per questo blog ho ricevuto qualche indicazione sull’orientamento che si voleva tenere, e mi è stato detto che l’idea è quella di mettere on-line una specie di rivista, quindi l’orientamento prevalente doveva essere quello giornalistico, articoli o editoriali con sguardo su un orizzonte geograficamente allargato, transnazionale e transcontinentale, universale a trecentosessanta gradi.
In un’epoca di mondializzazione appare sicuramente la scelta più adeguata, anche perché ormai i cervelli sono istintivamente predisposti a ragionare ad ampio raggio, e un sistema complesso come l’umanità non può essere frazionato concettualmente pretendendo poi che le sue parti componenti siano autonome. Sotto gli occhi di tutti c’è ormai l’evidenza che il battito d’ali della farfalla ad Islamabad è collegato all’uragano che spazza via New Orleans, tanto quanto l’inquinamento prodotto in India è collegato all’aumento dei casi di tumore in un paese europeo. Improvvisamente abbiamo capito che il pianeta non è poi così grande e che gli stili di vita di ognuno di noi hanno effetto –ad esempio- sull’ambiente a livello globale.
Le influenze culturali si sviluppano seguendo gli stessi paradigmi, sostanzialmente un processo caotico fatto di incontri, scontri, unioni, scissioni, rivoluzioni e quant’altro ci sia disponibile per operare una mutazione dello status-quo.
In questo marasma globalizzante da una qualche parte bisogna pur cominciare per dare un senso al discorso, e visto che universalmente parlando un posto vale l’altro, decido arbitrariamente di cominciare proprio dal Veneto.
In questa regione è in atto una trasformazione che probabilmente non è riscontrabile nelle altre, si vive forse in anticipo la piatta transizione che normalmente segue il declino, un periodo di smarrimento necessario a riprendere le redini con vigore nuovo e diverso.
Finita l’era scintillante della locomotiva d’Italia che produceva denaro e posti di lavoro come una slot-machine del casinò sputa gettoni al fortunato realizzatore del Jackpot, ora ci si scontra con la dura realtà dell’aver fatto senza preoccuparsi della pianificazione e della programmazione, dell’aver devastato socialmente e paesaggisticamente una comunità, dell’aver lasciato mano libera e potere decisionale ad una classe dirigente con un livello culturale basso ed in testa vetusti modelli di sviluppo basati su infrastrutture obsolete. Strade, camion, capannoni, la Trinità cui essere devoti.
Alla fine del ciclo si cerca di correre ai ripari, ma le aziende delocalizzano, i distretti industriali non sono più sufficienti ad arginare l’invasiva alta marea della concorrenza, ci vorrebbe un Mose anche li, e qualcuno comincia a condividere il ripristino dei dazi doganali, l’ennesima pezza più piccola del buco che deve coprire. In Veneto si licenzia, le manifestazioni di protesta dei lavoratori si moltiplicano, cosa diranno gli studiosi di economia che accorrevano qui quindici anni fa per studiare il fenomeno ed esportarlo? Cosa fanno gli industriali che hanno sempre ostentato profondi legami con la loro terra? E gli intellettuali?
Una situazione ribollente ma che ribolle di nulla, di bolle vuote, perché tutti sanno che è finita, solo che non ci sono idee per un’alternativa, così nel frattempo si protesta e ci si scanna nelle sedi Istituzionali. Sono riti di esorcismo che hanno la funzione di spostare l’attenzione collettiva su altre questioni per non lasciare che si diffonda il panico dell’incertezza.
Al bar viene da dire che se in Veneto le aziende di produzione non ci restano e non sono intenzionate a tornarci, sarebbe conveniente radere al suolo le zone industriali in disuso (anche se appena realizzate) e lasciare spazio alla natura e al turismo di conseguenza. Al bar.
Il problema è che evidentemente non viene da dirlo in Giunta Regionale, dove anzi capita che di questi tempi gli Industriali Trevigiani propongano di costruire due termovalorizzatori nel bel mezzo della poca campagna rimasta integra in quella Provincia. Ma chi si scandalizza più?
Il secondo problema è proprio questo: chi si scandalizza più? La gente è narcotizzata, aspetta la fine dei lavori del passante di Mestre per arrivare a casa dieci minuti prima la sera, i comitati sorti per impedire questo o quello scempio sono costantemente elusi, non c’è collante tre le persone, non c’è condivisione di un progetto per il futuro, non si capisce da che parte si stia andando perciò non si partecipa alla scelta della direzione e questo impedisce di fatto la nascita di un cambiamento dal basso.
L’azione da promuovere è di carattere culturale, la stasi odierna offre un lasso di tempo in cui si può lavorare per cambiare gli atteggiamenti e i convincimenti, per favorire una classe dirigente capace di fare scelte e prendersi responsabilità anche a costo di risultare massimamente impopolare, per tenere questo punto di minima come punto zero e ripartire daccapo, nel senso di ripartire dal-capo, dalle teste pensanti e lungimiranti.
Non è un’azione d’elite con scopi elitari, è un’azione elitaria con scopi collettivi, l’emersione di quanto rimane vivo e produttivo culturalmente nella nostra contemporaneità, perché la cultura non si diffonde con le mostre d’arte e le biennali, si diffonde producendola, non con girotondi e nemmeno con movimenti di incappucciati.
Tempo fa un amico rifletteva sulle favolose opportunità che si presentano oggi ad un abitante di uno dei paesi emergenti, stimoli, progresso, nuove forme di espressione artistica, una specie di vortice ascendente che coinvolge orizzontalmente tutti i livelli della società in una crescita comune sotto ogni profilo dell’esperienza umana, un’avventura epica che –con i suoi ovvi lati negativi- è solo agli albori e che genera sensazioni ed euforie che nell’Occidente sviluppato sono sepolte da secoli. Avere tra le mani l’occasione di non ripetere la stessa strada di quell’Occidente malato è la più grande ricchezza che i cittadini dei paesi emergenti abbiano.
Per andare sul concreto, se la Cina avesse la forza di reinterpretare il capitalismo moderno in un senso più sociale ed ecocompatibile, credo ne avremmo tutti vantaggio, indipendentemente dall’essere di destra, di centro, di sinistra o totalmente disinteressati alla politica. Certo semplificare all’estremo in questo modo è sempre fuorviante, ma per far passare il concetto a volte ne vale la pena.
In Veneto esiste potenzialmente una situazione simile, solo che non si costruisce da zero, si converte, si reinvestono i capitali accumulati, si cerca di tornare ad essere un esempio. I figli di coloro che si sono arricchiti lavorando tredici ore al giorno senza avere il tempo di leggere mai un libro hanno invece avuto la possibilità di frequentare l’università e di laurearsi, hanno avuto il tempo ed i mezzi per crescere diversi dai padri, invece si limitano a sedere sulla sua poltrona in azienda, a farsi chiamare Dottore dai dipendenti e a controllare che il fatturato cresca.
Questo è il vero punto zero veneto, una piattezza che poggia su pilastri di porsche, piccole aziende e investimenti immobiliari se vogliamo, ma pur sempre una piattezza, una landa desolata dove agiati nuclei familiari si aggirano spaesati, talvolta chiedendo federalismo.
Nemmeno si può parlare di neodecadentismo, perché manca la poesia, il bucolico divorato dall’industrializzazione, la cultura divorata dall’industrializzazione, l’industrializzazione divorata dalla produzione a basso costo, tutto inghiottito nell’ultimo singulto della candela che si smorza e del sipario che cala.
La tabula rasa non sempre è un male, come il foglio bianco croce e delizia dello scrittore, croce quando resta vuoto per mancanza di idee e stimoli, delizia quando rappresenta la nuova pagina del romanzo in fase di stesura.
Gli anni della crescita hanno segnato forse una rivincita nei confronti della storia recente che ha sempre concesso alle popolazioni venete ruoli di secondo piano, dapprima con le emigrazioni verso le zone rurali d’Italia dove la raccolta del riso o delle mele costituiva l’unica ancora di salvezza nel bel mezzo di una profonda crisi agricola, poi con le emigrazioni pilotate dal Regime fascista verso la Germania nazista affamata di manodopera per sostenere la produzione bellica, infine con le emigrazioni verso l’America Latina e gli Stati Uniti. Se il boom in Veneto fosse cominciato adesso invece che vent’anni fa, forse si sarebbero potute seguire linee di sviluppo differenti, ma chi avrebbe avuto il coraggio di chiedere ai cittadini di aspettare ancora? La velocità con cui gli eventi si sono succeduti ha preso alla sprovvista una comunità non esperta nel gestire e governare flussi di denaro così importanti, con una classe dirigente non preparata a cavalcare una espansione economica al galoppo sfrenato, con intellettuali che in maggioranza hanno spinto sull’acceleratore dell’affermazione del Nordest e si sono lasciati trasportare dall’orgoglio dimenticando il loro ruolo di fermo punto di riferimento e le loro possibilità di orientare l’opinione pubblica.
Non è che il Veneto sia la mosca bianca in un paese che viaggia spedito sulla strada dello sviluppo e degli investimenti per la cultura, naturalmente il contesto nazionale è in linea con la situazione regionale, ma lo scalino su cui si continua ad incespicare è pensare che unire i capoluoghi con linee di treni ad alta velocità sia equivalente ad amministrare una popolazione che condivide un progetto per il futuro. Niente di più primitivo, azioni istituzionali che potevano andare bene per un territorio in piena espansione produttiva non possono giocoforza più andare bene quando le condizioni di base mutano, quando quel territorio esprime la volontà di progredire sotto altri aspetti che con l’economia non hanno nulla a che fare. Viene da sé che questo non pregiudica la necessità di interventi per il riordino della mobilità dei pendolari, siano lavoratori o studenti, o per quant’altro sia funzionale al miglioramento della qualità della vita.
È difficile pensare che un Governo regionale possa improvvisamente trovare strumenti e risorse per muoversi autonomamente rispetto al Governo centrale, però è legittimo possa spronare i cittadini che amministra affinché condividano una nuova idea di sé stessi e raccolgano energie e sforzi per remare nella stessa direzione, è legittimo presenti loro una visione in cui riconoscersi. Il problema è che ci vuole qualcuno in grado di elaborare la visione e che abbia chiari i passaggi per realizzarla, indipendentemente dai Palazzi romani, qualcuno che possa calamitare interesse anche attraverso strumenti non convenzionali di comunicazione, magari un’atipica alleanza trasversale tra l’imprenditoria e la cultura che esprima una compagine dirigenziale ricca di presenze femminili.
Una strategia a lungo termine, non una soluzione di qui ai prossimi venti anni, un lavoro intenso e capillare che però deve partire oggi, vedendo la pagina bianca come l’inizio di un nuovo romanzo.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: