Della “droga” ovvero della soglia

Potremmo definire “droga” il costituirsi di qualsiasi abitudine, ovvero la ripetizione di un atto in quanto legato ad un elemento materiale (sia fisico che psicologico, ma che faccia riferimento di volta in volta alla sostanza del corpo, della psiche o delle relazioni). In questo senso la droga è l’instaurazione o la determinazione di un legame con la terra, la necessità di costruire una struttura nel caos attraverso la ripetizione (di gesti, riti etc). In senso provocatorio e paradossale, secondo questa definizione potremmo intendere come droga persino l’atto del “cibarsi”.

Nella dinamica della ripetizione si crea l’alveo del piacere: l’assunzione di una sostanza determina un’abitudine, a lungo andare una necessità. La mancanza della quale causa uno stato di “sofferenza”, di tensione. Il piacere è come un elastico, si basa sulla privazione di una necessità più o meno indotta. La soddisfazione di questa necessità è come il rilascio dell’elastico, l’allentamento della tensione che determina il piacere. E’ il piacere che porta tutti gli esseri a tornare costantemente a drogarsi.

Nella sua storia l’uomo è entrato in contatto con disparate “sostanze”, l’assunzione delle quali determina un divernir-altro ovvero una trasformazione.

Astraendo possiamo pensare a due sostanze distinte: l’uomo e, ad esempio, il vino – che sono due specie viventi del pianeta terra virtualmente autonome ed indipendenti. Nella relazione tra le due sostanze avviene un reciproco divenir-altro: l’uomo diviene vino ed il vino diviene uomo. Quindi in senso astratto, l’assunzione di una droga  - che solitamente viene letta univocamente rispetto all’uomo – è una reciproca trasformazione di due sostanze in cui il principio attivo dell’una interagisce con l’altra. Il principio attivo dell’uomo opera sulla natura, la coltiva, la trasforma, la elabora, la inghiotte, la digerisce, la distrugge (in somma l’umanità è una droga i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti). Il principio attivo della cannabis attende invece l’uomo al varco e determina lentamente il suo divenir pianta.

V’è tutto un livello sociologico e culturale di ciò che viene comunemente definito come “droga” ma anche di ciò che non viene comunemente riconosciuto come tale. Il vino ovvero  il succo della “vite che da la vita” è la droga che accompagna tutta l’evoluzione della religione cristiana, al punto di entrare a far parte del rito come droga ufficiale: il vino è il sangue di Cristo e Cristo è la Verita, quindi in vino veritas. Così è se, come pare, che beve un po di più tende a dire la verità – ma in senso più forte la persona brilla è anche in-spirata. E’ noto  quanto facilmente l’avvinazzato intenda e parli le varie lingue con scioltezza amplificando in maniera quasi sovrannaturale le proprie facoltà comunicative – proprio come accadde agli apostoli ispirati dallo Spirito Santo disceso su di loro (o in loro?), capaci all’improvviso di farsi comprendere in tutte le lingue e diffondere in tal maniera la Buona Novella. Quindi potremmo ipotizzare che una persona ispirata dallo Spirito Santo sia in uno stato di ebbrezza naturale, senza l’aiuto della sostanza che permette una sorta di riproduzione artificiale di quello stato. Questo dovrebbe bastare per dare un’idea della prospettiva proposta, ma i paralleli  e le analisi si potrebbero estendere ad libitum.

Ci sono anche droghe che non furono riconosciute come tali: furono droghe le spezie e dopo di loro venne il caffè. Le droghe vivono dei cicli, può sorprendere ad esempio che prima del sedicesimo secolo in Europa si sapesse ben poco del tabacco – poi l’Europa fu presa all’improvviso da una incontenibile voglia – quasi necessità – di aspirare e bruciare cilindri di tabacco in svariate guise. Ma lo sa benissimo ad esempio anche il bevitore di caffè fino a che punto la nera sostanza provochi una subdola dipendenza – questo non per stigmatizzare la dipendenza o il caffè, ma per ribadire che la ripetizione di un’abitudine in relazione a una determinata sostanza è il principio fondamentale per la costituzione di un legame materiale che a suo modo è una scelta in relazione al principio attivo della sostanza stessa.

Bere caffè è diverso che bere tè o acqua o vino… bere caffè ha un senso ben preciso. La bacca del caffè nasce nelle terre calde (pare abbia origine nello Yemen), proprio nella culla di quella che fu una delle prime culture razionalistiche, illuministiche e “scientifiche”, quella araba degli Avicenna e degli Averroè, emblema di una certa chiarezza del pensare che sfociava nella abilità matematica, nella razionalità filosofica, ma anche si badi bene nella lucidità dell’osservazione. Quindi il caffè nasce in una cultura razionale. Lo ritroviamo diversi secoli dopo (XVII e XVIII), grazie anche ai commerci e all’emergente spirito dell’“Europa”. Furono acuti gli inglesi, intraprendenti colonialisti ma anche culla della incipiente rivoluzione industriale, a riconoscere in questa bacca e nel suo infuso una sostanza che avrebbe potuto essere un’ottima alleata nell’impresa che stavano per compiere. Il Capitalismo occidentale nasce con il gusto di caffè, indicato tra l’altro dai media del tempo come ottima panacea all’alcolismo dilagante nelle classi operaie.

Sono allora i caffè stessi a diventare i luoghi d’incontro della rampante borghesia, dell’intellettualità illuministica e della razionalità capitalistica. Forse pochi sanno che, prima di essere una compagnia d’assicurazioni (la prima al mondo), i Lloyd fossero importatori di caffè ed avessero ovviamente a Londra un coffe shop – non un coffe shop qualunque ma nientemeno che la futura sede della borsa londinese di cui svolgono la funzione ante litteram.

Ma, ritornando al cuore del discorso, la droga è qualsiasi sostanza che costituisce il nostro legame con la terra (antagonista della libertà e dell’ascesi spirituale che si può raggiungere attraverso la strada della privazione) – “patto con la terra” tuttavia necessario in quanto anche di terra è fatto l’uomo. In questa relazione con diverse sostanze (dalla liquirizia alle onde magnetiche dei telefoni cellulari, concrete od astratte purché abbiano una base materiale) si instaura una trasformazione dell’essenza stessa dell’uomo. La droga dischiude una certa “conoscenza” che fa parte del cuore di una cultura, ma disegna anche il cerchio sacro, un sacro limite che secondo quella cultura e secondo quel determinato modo di essere-uomo non è dato di oltrepassare. Ma non si fraintenda la conoscenza nel senso mistificato e mistificante dei movimenti libertari degli anni 60/70 ad esempio; e nemmeno in quello di chi ha stigmatizzato moralisticamente le droghe come forma di “illecita” alterazione del proprio stato. Questa conoscenza è piuttosto in relazione all’abitare una soglia tra la costituzione di un abitudine e il suo disfarsi, tra la terra e la libertà, tra il corpo e lo spirito. Chi abita in questo spazio, vive al confine tra l’uomo e il non-uomo, dove l’uomo è in procinto di divenire pianta perché inizia a pensare secondo il principio attivo della cannabis ad esempio, o ad agire secondo caffè, essere oppiaceo, sacerdote del vino, tossico della cioccolata.

Ciò che si continua a non comprendere negli opposti pensieri e posizioni politiche sul tema della droga, al di là di mistificazioni e stigmatizzazioni, è che nella droga ne va dell’essenza stessa dell’uomo, della sua evoluzione e trasformazione in un senso piuttosto che in un altro. E questo è un processo, non un atto che si compia una volta per tutte.

Perché dovremmo iniziare a fumare, perché assumere cocaina, perché bere vino? Le droghe trasformano la società, ma la società compie anche delle scelte implicite in una direzione piuttosto che in un’altra. E’ sbagliato pensare che i processi avvengano in maniera del tutto casuale, piuttosto questi processi dimostrano – una volta osservati più da distante – una straordinaria razionalità.

3 Risposte a “Della “droga” ovvero della soglia”

  1. Livette Dice:

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