Ambiente e Unione Europea

 

Alla fine ci siamo arrivati.

La Comunità Europea ha diramato l’allarme ambiente, e la sua funzione sovranazionale ha tolto letteralmente le parole di bocca ai vari Governi nazionali, spiazzandoli.

L’inquinamento avrà effetti geopolitcoeconomici di rilevanza epocale, oramai è sicuro. Entro il 2070 Venezia sarà irreversibilmente sommersa dall’acqua –con buona pace dei sostenitori e dei contrari al Mose- e a Belluno si coltiveranno i datteri tunisini. Pare che i paesi del bacino mediterraneo sopporteranno i danni maggiori, un paradossale miscuglio di inondazioni e desertificazione, e che i turisti si sposteranno nei paesi che oggi ancora definiamo del Nord. Inutile sottolineare quali potrebbero essere le devastanti conseguenze per l’Italia, che vive di prodotti agricoli tipici e di turismo.

Ma l’Europa si ricorda del concetto di Politica Energetica Comune solo quando la Russia non riesce più a spedirle gas e petrolio.

La situazione è intricata e drammatica, anche se continuiamo a far finta che 60 anni siano un tempo infinito in cui saremo capaci di trovare una soluzione. Con la forza dell’ottimismo e la massima fiducia nelle capacità umane ci si può al massimo concedere di dire che 60 anni sono forse un tempo appena sufficiente per evitare il peggio, a patto che da domani si cambi radicalmente il modello di sviluppo che abbiamo tenuto dalla Rivoluzione Industriale ad oggi. Con la forza della ragione si potrebbe invece dire che 60 anni di disinquinamento non saranno probabilmente sufficienti ad arrestare il meccanismo perverso che abbiamo messo in moto.

Ciò che stride è che le capacità tecnologiche a nostra disposizione sarebbero in grado di farci avere un impatto quasi nullo sull’ambiente, in fondo rinunciando a non troppe delle comodità che la moderna società occidentale ci offre, e gli annunci che alcuni paesi fanno in merito alle proprie capacità di utilizzare solo fonti pulite entro il 2050 non paiono poi così improbabili.

Le teorie su Gaia –che vogliono il pianeta Terra simile ad un immenso organismo vivente- proclamano lo status di parassita per l’essere umano, ma forniscono anche una soluzione alternativa, la cosiddetta commensalità, cioè la possibilità che il parassita si “nutra” senza danneggiare l’organismo ospite. Possiamo sicuramente continuare a sfruttare le risorse naturali, dobbiamo solo farlo in un modo diverso. È necessario anche armonizzare lo sviluppo globale, perchè sarebbe tremendamente sciocco pensare che lo si possa fare a macchia di leopardo, con un’Europa che riduce a zero il proprio impatto ambientale mentre India e Cina continuano a bruciare carbone di pessima qualità.

In questo panorama che può risultare tragico e desolante si cela invece una enorme potenzialità, quella di trovare finalmente un punto d’incontro, una assoluta convergenza di interessi che sferzi l’umanità intera, che la raccolga attorno ad un grande progetto comune come quello di recuperare l’equilibrio con la Natura e di preservare la specie. Gridare al miracolo se dovessimo reperire altre risorse su pianeti lontani –Marte, ad esempio- non sembra l’atteggiamento corretto con cui approcciare la questione.

 

Una Risposta a “Ambiente e Unione Europea”

  1. Claudia Dice:

    Forse l’hai già visto perchè è edito nel 2003, ma dato che l’ho letto da poco lo consiglio anche a te: è un saggio di Colin Ward “Acqua e comunità, crisi idrica e responsabilità sociale”, dice qualcosa di molto interessante sulla mercificazone dell’acqua…dal 2003 ad oggi in realtà non c’è alcuna differenza. “Siamo in presenza di una crisi di responsabilità sociale, alla quale bisogna rispondere in primo luogo prendendo coscienza di quanto accade, e in secondo luogo assumendo di nuovo la responsabilità abbandonata”. Parla della “tragedia dei beni comuni” e fa capitolare la convinzione secondo la quale l’accesso collettivo alle risorse porti inevitabilmente al loro super-sfruttamento (e alla conseguente necessaria privatizzazione come unica risposta possibile!).

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