Parlavamo spesso di “Questione Culturale” appena due anni fa, in sostanza dell’inefficienza dell’azione artistica se priva della forza di sollevare la detta questione. Inefficienza, e non inutilità, perché ars gratia artis, senza utilitarismi.
Poi, come un vestito passato di moda, il ragionamento in quel senso si è spento, forse l’indagine del sottosuolo (underground) e del cielo –dal sottosuolo al cielo- è stata talmente totalizzante da costituirsi come monade sufficiente a sé e senza finestre? Forse i raffinati percorsi attraverso il rizoma (entità sotterranea) di Deleuze e gli uccelloidi (entità del cielo) non schivando angeli necessari hanno chiuso la via a nuovi traguardi? Ma non avevamo formulato la potente immagine concettuale dell’atleta che continuamente taglia un traguardo che si sposta? Certo che dall’origine questa immagine conteneva anche un limite, il tagliare costantemente un traguardo significa essere costantemente a cavallo della prima onda nel mare della contemporaneità, significa impossibilità di valicare quella linea di confine oltre la quale il contemporaneo diventa futuro sfociando nell’universo delle ipotesi, o tra le carte della maga –per chi ci crede.
Attenzione, perché lo stare troppo in equilibrio sulla frontiera del divenire potrebbe tramutarsi in una condizione di staticità, in un baratro di impossibilità da cui –seduti su un muretto- si guarda il mondo con occhi tristi e si aspetta che recuperi lo svantaggio accumulato rispetto a sé stessi.
Work-in-progress.
E water-in-progress in una Venezia che era tornata ad essere viva, magari visibilmente solo qualche giorno all’anno, ma nei restanti attraversata da correnti ad alta tensione intellettuale e visionaria. Epoca di riscrittura del Manifesto Futurista sulla città ma in chiave contemporanea, scevra di fughe in avanti, pregna di connessioni nevralgiche. Ricordo con particolare calore affettivo una performance dove una poesia veniva scritta sui ma segni lungo tutta
la Fondamenta con l’utilizzo di un mocio imbevuto dell’acqua del canale, parole che evaporavano terminato il loro naturale periodo di esistenza nel reale, sillabe che si superavano nel costante moto dell’esserci e poi non esserci più.
Allora la questione culturale si incarnava anche nella Repubblica dei Bambini, ideale ricerca di spazio dove spazio non c’è, tutto occupato da mastodontici eventi –come
la Biennale o
la Mostra del Cinema- e da polverosi personaggi aggrappati alle poltrone –come i politici in carica dai tempi della Costituente. Un urlo generazionale, la nascita del nuovo organismo (il Pulcino) e l’acquisizione delle funzioni vitali fondamentali, la vita di relazione secondo modelli non stereotipati e senza l’intenzione di crearne di alternativi.
Mi piacerebbe ricominciassimo a discutere di tutto ciò.
28 Luglio, 2006 alle 4:18 pm |
Caro Lorenzo, siamo travolti dalla nostra necessità di emancipazione personale.
Ci sono discorsi iniziati che, come quelle parole in fondamenta, evaporano al calore di ques’estate.
Ci sono slanci che vengono fraintesi con opportunismi.
Ci sono ragioni che irrazionalmente ci legano a un passato florido di concetti e speculazioni.
Questa è l’ora del fare, e i principi motori, le idee rivoluzionarie trovano senso solo in un confronto con le loro applicazioni. So che tu ne sei più cosiente di me.
Io ho appena sperimentato una energia catalizzatrice nel fare, che nessuna divanata notturna ha mai raggiunto.
Credo che ci siano tutte le possibilità per riprendere il filo di un discorso iniziato. Solo però attraverso atti di profonda volontà collettiva.
Io sono pronto, quasi come sempre, però mi rendo conto che qualsiasi atto di concettualizzazione non è nulla senza un atto di formalizzazione e di applicazione del concetto. Resto consapevole, allo stesso tempo, che la sostanza non sarà la stessa bensì un incontrarsi a metà strada tra l’idea, e l’atto.
peccato che tu non sia venuto a Sur:Reali.
preva
8 Agosto, 2006 alle 7:03 pm |
Jon boat
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