Circolano balzane idee dopo la vittoria del NO al referendum costituzionale, la più bizzarra è sicuramente quella della costruzione della macro-regione Lombardo-Veneta.
L’assurdità di un nucleo federale bipolare all’intero di uno stato unitario è evidente, la denominazione teletrasporta gli intelletti ad un passato di Signorie, potentati, microrealtà in continuo conflitto con l’intorno. La federazione è un concetto che tende all’allargamento, più è buona la formula federativa più è probabile che nuovi soggetti vi aderiscano. Il fatto che
la Repubblica di San Marino sia rimasta tale e non confluisca nello Stato italiano trova la sua causa prima –banalmente- nell’impossibilità che questo avvenimento migliori le condizioni di vita dei suoi abitanti. I paesi satelliti dell’ex Unione Sovietica hanno aderito al progetto di Unione Europea perché così facendo hanno trovato degli indubbi vantaggi, anche se al prezzo di pesanti sacrifici.
Se due regioni italiane su ventitrè si federano reciprocamente in un contesto completamente avulso da quello unitario nazionale è improprio parlare di federalismo, si può invece utilizzare il termine secessione, cioè defezione di un gruppo dall’unità sociale e politica di cui faceva parte (Il Nuovo Etimologico Zanichelli – 2000).
Se queste sono le strade alternative che il leader della Lega aveva annunciato in caso di sconfitta referendaria, allora le idee stanno a zero, tanto per cambiare.
Qualcuno potrebbe affermare che si tratterebbe solo dell’inizio, perché da qualche parte dovrà pur nascere lo spunto di coscienza e volontà che mette in moto il macchinario. Oggi Veneto e Lombardia, domani chissà quante altre. D’altronde anche l’Unione Europea ha avuto origine da un ristretto nucleo di paesi che è andato via via allargandosi con il passare degli anni. Vero. Ma i presupposti di base erano completamente differenti e non esisteva alcuna unità antecedente cui far riferimento.
La creazione di nuove, microscopiche municipalità è un altro degli effetti distorti della pessima conoscenza del fenomeno federale, fraintendimenti che danno vita a strutture amministrative che finiscono strozzate dalla continua mancanza di fondi e i cui costi gravano sul cittadino.
Non si possono fare riforme costituzionali e presentarle impacchettate e in bella copia al giudizio degli elettori, come non basta parlare di federalismo dieci anni consecutivamente per aver creato una cultura federale diffusa tra la gente. Senza contare poi che alle lobbyes viene più facile controllare uno Stato Centrale che decine di “parlamentini” sparpagliati lungo lo stivale.
Alla fine, ma non c’era bisogno di sperperare decine di miliardi di euro per saperlo, le istanze di autogoverno si moltiplicano, bisogna solo trovare l’attimo di buonsenso e condividere un progetto di sviluppo.
5 Luglio, 2006 alle 10:37 am |
Seguo fino ad un certo punto il ragionamento di Lorenzo.
Pensare ad aggregazione Lomabardo-venete sulla base di un comune sentire politico in un referendum o su una uniformità di indirizzi politici, ovvimente non ha senso. Ma ripensare l’architettura istituzionale dell’Italia senza paure di cedere ad alcune richieste localistiche tinte di egoismo, razzismo e individualismo molecolare, è altra cosa. Il vecchio νομος non regge più con esso viene meno sistema di misure, norme e rapporti ai quali eravamo abitauti. Dobbiamo pensare nuove proporzioni.
Volgiamo il federalismo? VOgliamo applicare il pincipio di sussidiaretà verticale e orizzontale? Volgiamo tener conto della situazione geografica e di alcune tendenze economiche e sociali diverese da quando le regioni a statuto odinario furono create, ossia negli anni settanta? Volgiamo ricordarci della storia? Beh allora bisogna avere il coraggio di mettere in discussione i confini regionali e la stessa divisione interna delle regioni. Perchè non pensare un TriVeneto unito? perchè non pensare in questo TriVeneto un’area metropolitana (PATREVE)?Perchè non istituire una unica autorità portuale per Venezia e Trieste? E un unico distretto dellalogistica? E un’unica Ente FIera? E un unico Parco scientifico e tecnologico? E anche una unica università? perchè non ridisegnare i confini delle provincia montane e riequilibrare le sorti di Belluno? Perchè non pensare a un’autonomia organizzativa della Pedemontana? oppure ad una provincia “balneare” che accorpi Jesolo-Caorle-Bibione-Lignano? Ragioniamoci, non dobbiamo aver paura di rimescolare le carte, ben sapendo che il federalismo come diceva Calamandrei “prima che una dottrina politica, è l’espressione dell’interdipendenza della sorte umana”.
5 Luglio, 2006 alle 1:37 pm |
A livello teorico-istituzionale soi possono facilemente individuare territori che rimescolati opportunamente potrebbero originare provincie e regioni diverse da quelle che conosciamo oggi. Il problema è sempre che manca alla base una cultura federale condivisa. Le imposizioni dall’alto studiate sull’atlante non sono attuabili.
7 Luglio, 2006 alle 11:03 am |
hai ragione, è necessario una cultura federale condivisa. Ma non ti pare che la vittoria dei SI, le continue richieste di referendum per cambiare regine da parte dei comuni veneti confinanti con il friuli e il trentino siano segnali più che sufficienti per pensare che il cosidetto nordest sia pronto ad affrontare assetti federali nuovi? nel Veneto direi che si assiste a spinte “dal basso” abbinate ad incapacità della Regione di interpretarle (il fatto che nello scorsa legislatura il consiglio regionale non sia stato in grado di approvare uno Statuto è segno evidente di questa “scissione”).
10 Luglio, 2006 alle 8:10 am |
D’accordo con la questione Nordest, ma intendevo una cultura federale condivisa a livello nazionale.
11 Luglio, 2006 alle 11:54 am |
beh a livello nazionale abbiamo già sardegna e sicilia con statuto autonomo. La puglia sentendo i poltici locali sembra che sia pronta al salto. Il Lazio, con tutto il rispetto, è Roma, basti pensare alla popolazione che nella capitale si concentra riseptto alle altre povincie. E ROma gode già di finanziamenti speciali che hanno innescato fenomeni perversi di federalismo. Sicuramente il discorso si complica per la Campania e sopratutto le regioni più piccole, non a caso uno studio di più di un decennio fa della Fondazione Agnelli auspicava fenomeni affregativi tra Molise, Basilicata, Marche ecc. (non mi ricordo bene in che termini…). Insomma io credo che in tutta Italia serpeggi una voglia di autonomia e maggiori poteri decisionali, certo il NO al referedum potrebbe contraddire questa mia ipotesi. Però vorrei ricordare che la stragrande maggioranza dei fautori del NO sono cmq per un cambio di costituzione in senso federalista. Io li attendo al varco.