Don’t think, shoot

By studioplano

di Edoardo Luppari

"Fare una foto / To take a picture": già la differenza tra il modo di dire della pragmatica lingua inglese ed il verbo italiano lascia intuire un’oscillazione essenziale in un gesto solo apparentemente univoco. Il "prendere" (to take) degli inglesi allude a qualcosa di oggettivo che sta lì così com'è: lo si prende perché è staccato, sta di contro (ob-jectum). Il "fare" una foto focalizza invece l'attenzione più vicino all'occhio, dietro lo strumento dove la foto "si fa"- sulla facoltà immaginativa di chi fotografa. Già qui si gioca una importante polarità del "fotografare": la fotografia come documento, testimonianza, indagine e ricerca metodica da un lato; e dall'altro l'immagine fotografica come rivelazione, atmosfera, sguardo, scrittura, immaginazione."Prendere l'immagine" o "immaginarla": il dualismo si estende in una miriade di sfaccettature. La recente pubblicità di una macchina fotografica digitale riporta l'emblematico slogan: "Don't think, shoot" – il che la dice lunga sulla direzione che sta prendendo la pratica fotografica odierna con l'introduzione del digitale e l’evoluzione tecnologica. La storia della fotografia è anche la storia dell'estensione della sua pratica a masse sempre più ampie di persone.Nonostante la sua crudezza provocatoria, tipica del linguaggio pubblicitario, lo slogan citato può anche essere preso a pretesto per una riflessione semiseria sull' “essenza” della fotografia. Andiamo con ordine: "Don't think": il motto potrebbe scandalizzare gli amanti dello scatto concertato, quelli che non muovono un dito se prima non hanno preso l'esposizione in luce incidente, quelli che impiegano ore a scegliere un'inquadratura e poi magari si congelano le mani sull'obiettivo. Certo c'è ancora chi impiega per una foto più o meno lo stesso tempo che ci vuole per fare un acquerello, ma a ben vedere la velocità e l'immediatezza sono in qualche modo congenite a una certa anima della fotografia: è sempre viva l'eco del "momento decisivo" tutto intriso di aura romantica ed esistenzialista, l'azione immediata di Cartier Bresson che pone "sulla stessa linea di messa a fuoco la testa, l'occhio e il cuore". Eh, il cuore: c'è proprio da chiedersi quante immagini siano in linea col "cuore"…Ma andiamo oltre: "Shoot!". L'espressione è ancora più aggressiva per noi non anglofoni, perché scopriamo che il verbo "to shoot" va bene per "scattare" come per "sparare"… E' senza dubbio un piccolo vanto da bravo Marines dell'immagine quello di aver sparato qualche migliaio di foto in una sola giornata (e a forza di mitragliare sfido io che qualcosa lo becchi!)… Non diceva una cosa tanto diversa Susan Sontag quando, con tanto di iperboli femministe sull'obiettivo-fallo-pistola, rimarcava l'istinto "predatorio" della fotografia. Il fotografo è l'eroe che giunge in prima linea a sparare dove nessun altro ha sparato. Il fotografo – ogni fotografo – è un predatore, un ladro. Un giorno si dovrebbero forse paragonare dal punto di vista della scienza del comportamento i gruppi di fotografi sguinzagliati in giro per le città d'arte e i cacciatori di ghepardo nella savana keniota…Ma allora può esistere un buon cacciatore, quello che nei suoi safari fotografici spara "in linea con il cuore"? E' possibile un ladro gentile, un Robin Hood dell'immagine cercata e trovata, rivelata e rubata alla ricchezza del mondo e offerta in dono ai poveri d'immaginazione? Forse proprio qui torna in ballo il "cuore" di Bresson. Cosa intendeva Bresson per "cuore"? Proviamo a risponderci col dizionario: "cor", la radice etimologica di "cuore" sta ad indicare ciò che è interno, interiore, profondo. Ma cosa ha a che fare l'immagine, che è il massimo dell'esteriorità, con il nostro più intimo "cor"? Che senso ha cercare qualcosa che sta “fuori” passando per “dentro”?Alle prima avvisaglie della "società dell'immagine" quando, ancor prima di invadere ed intasare la nostra coscienza, le immagini emergevano potentemente dal nostro inconscio, toccò a un'altro grande maestro, né fotografo né critico d'arte, far notare alla psicologia e alla cultura del XX secolo che il profondo della nostra interiorità comunica principalmente attraverso immagini. Secondo Carl Gustav Jung (e sulla sua scia Hillman ed altri) il logos della nostra psiche sarebbe fatto più di immagini che di parole. Allora l’assoluta interiorità dell’immagine si incrinerebbe di fronte all’idea di un’ "immagine interiore". Una contrapposizione questa certamente problematica perché resta da chiedersi se le immagini interiori siano fatte della stessa sostanza di quelle esteriori, se si vedono nello stesso modo o ne siano in qualche modo l’origine. E' forse proprio su questa soglia che si gioca la partita della nostra immaginazione quotidianamente alienata in una mitragliante girandola di immagini… Nell’attesa possiamo auspicare che una qualche industria fotografica ci regali un prodotto degno di uno slogan speculare a quello citato e che noi prendendolo in mano e puntato l’occhio nel mirino si possa esclamare estasiati: “Love, shoot!”.

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